IL VANGELO DELLA DOMENICA

Riflessione a Cura di Mons. Erminio Villa

21 settembre 2025

IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO (C)

Giovanni 6,51-59

VANGELO Gv 6, 51-59
Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao.

 

  1. Mangiare e bere: esigenze vitali

La prima lettura (Libro dei proverbi 9,1-6), la seconda lettura (Prima lettera di San Paolo ai Corinti 10,14-21) e il Vangelo (Giovanni 6,51-59) utilizzano due verbi, o espressioni affini, che incrociano due esigenze elementari ed imprescindibili per ogni essere umano e non solo: mangiare e bere.

Essi simboleggiano l’arco della nostra intera esistenza, i suoi bisogni, il lavoro, la cultura che diversifica i prodotti alimentari, e il modo di prepararli. Dietro il mangiare e il bere c’è un’autentica filiera umana.

Per quanto riguarda il bere, noi umani possiamo resistere fino a un limite massimo dei sette giorni, con veloce deperimento organico. Mangiare e bere sono essenziali per la nostra vita biologica.

Qui, però, si parla, pur utilizzando gli stessi verbi, di un’altra vita che intercetta e porta a compimento quella biologica: la vita eterna, cioè la salvezza di tutta la nostra persona, a partire da un gesto apparentemente scandaloso ai tempi di Gesù e insignificante per molti oggi: mangiare e bere il suo corpo e il suo sangue.

Nell’impatto con il mondo greco-ellenistico che ricercava, alla luce del pensiero filosofico, la sapienza e la conseguente saggezza del vivere, il mondo giudaico, che viveva a contatto con questa cultura, pure affronta questo tema, ma a partire dalla fede nel Dio di Israele.

 

  1. Camminare nella via della sapienza

La sapienza è una sua creatura, la si acquista osservando la legge di Dio creatore. Nascono così cinque libri dell’Antico Testamento, un Pentateuco (cinque rotoli) sapienziali. Entriamo in questo capitolo nono di uno di essi: il Libro dei Proverbi.

Nella parte alta di una Città immaginaria, ci sono due donne che preparano due diversi banchetti: donna-sapienza e donna stupidità (o follia). Ci occupiamo della prima.

Essa prepara una casa con sette colonne, cioè una casa solida e salda, ben edificata, abitabile e accogliente. In questa dimora offre pane e vino, i grandi simboli estremi della vita e della gioia.

Nel versetto 6, l’ultimo, troviamo l’invito a camminare nella via che è la vita secondo sapienza. Esso ci ricorda che la Sapienza è un dono da implorare da Dio, la Sapienza è scelta della nostra libertà di osservare la sua Parola, la Sapienza divina rende l’uomo saggio.

 

  1. Eucaristia è fare della nostra vita un dono

Nella seconda lettura Paolo ci invita alla “coerenza eucaristica”. Non è possibile mangiare e bere il corpo e il sangue del Signore e poi condurre una vita mondana, indifferente alle fragilità che si incontrano, priva di un’autentica testimonianza evangelica.

Nel Vangelo Giovanni non ha più bisogno di narrare la cena eucaristica, che è ormai prassi nella chiesa primitiva, ma ne ridice il senso. L’Eucarestia è un dono che viene dal Padre, è la comunione piena con il figlio Gesù, che dà la vita (eterna), cioè la salvezza.

E’ un cibo dato per tutti, dono di Cristo che ci abilita, a nostra volta, a fare della nostra vita un dono. Giovanni ricorda che il rito non è un gesto magico, bensì esprime il desiderio di un incontro personale e vivo con Cristo.

Nel discorso eucaristico fatto a Cafarnao, egli rimarca che anche il nostro corpo e sangue, cioè tutta la nostra persona è chiamata a entrare in una logica di servizio (la lavanda dei piedi), che però non nasce da buona volontà, ma da una reale fede/fiducia in Cristo, che persevera nel tempo, finché non avremo più bisogno di mangiare e bere, perché il banchetto futuro preparato da Dio stesso, toglierà la fame del mondo e riempirà il cuore dell’uomo di pace.

don Erminio

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