Pasqua 2026

Riflessione a Cura di Mons. Erminio Villa
5 aprile 2026
PASQUA DI RISURREZIONE (A)
VANGELO Gv 20, 11-18
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo. Maria di Màgdala stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.
- Siamo salvati dal Crocifisso
La morte di Cristo in croce non è certo frutto di un’esigenza di un Dio sanguinario, che sacrifica il figlio per placare la propria collera nei confronti dell’umanità.
La vicenda di Abramo e del figlio Isacco (2000 anni a.C. circa), il cui sacrificio viene impedito da Dio stesso, la dice lunga in tal senso.
Dio non ama il sacrificio, bensì il dono di sé come forma alta del vivere e del morire umano.
La morte di Gesù in croce indica una condivisione radicale della nostra condizione di creature da parte di Dio, eccetto il peccato.
Così il crocefisso sprigiona una bellezza inaudita, che rovescia i normali canoni estetici; quel volto sfigurato, torturato e pietrificato dal rigor mortis ha un suo fascino che tocca non gli occhi ma il cuore.
E’ bello (estetica) avere un Dio così, che non si salva dalla morte, ma ci salva con la sua morte.
La profonda unità con il Padre attestata più volte da Cristo stesso, ci permette di avanzare un’ipotesi: sulla croce c’era solo lui o anche il Padre e lo Spirito Santo, in un’unione che resta per noi misteriosa?
- L’incontro col Risorto diventa annuncio
Maria è la prima che vede il Signore risorto e che va ad annunciarlo agli apostoli, quindi è l’apostola degli apostoli, colei che da l’annuncio agli apostoli.
Di Giovanni si dice poco prima che vide i segni e credette che Gesù è risorto, ma non l’ha visto. La fede ha bisogno di vedere e di toccare, è un atto di fiducia.
Ma senza l’incontro la fede è vuota. Perché ha come principio l’amore, per cui chi non ama non vede. Solo il cuore vede.
Non basta amare e non basta credere, se non incontri l’altro, c’è solo il lutto e il pianto.
Maria ci insegna che la fede è un incontro personale con Gesù Risorto, che ci manda verso gli altri.
Questo incontro per Maria segna il passaggio dalla morte alla vita, dal pianto alla gioia e ha come centro il nome.
E’ chiamata per nome e lei risponde col suo nome. Il riconoscimento è proprio una chiamata personale per nome e in finale questa chiamata diventa missione: tu realizzi il tuo nome andando verso gli altri.
- Destinati alla risurrezione come Lui
Che dire, invece, della resurrezione? E’ certamente l’atto di fede più difficile da compiere. La morte di Cristo è attestata, la resurrezione testimoniata.
Solo la pratica quotidiana del Vangelo può portarci a credere in questo evento che riguarda il Signore, ma anche noi.
La superficialità, il sentito dire, non permettono al messaggio evangelico di sprigionare la sua forza. Noi abbiamo bisogno di toccare, sentire, vedere.
Dunque, solo a partire dal vissuto concreto potrà scaturire l’assenso a ciò che pare assurdo.
Che cosa significa tutto questo? Cristo è risorto perché il Padre non permette che una vita spesa nella forma del dono di sé vada perduta.
Questo vale per Gesù, ma vale anche per tutti noi, anche per chi, pur non riuscendo a compiere l’atto di fede, persegue una vita che si mette in gioco per gli altri.
Allora se ci si salva per bontà, dono di sé, a che serve credere in Dio?
Chi non crede non spera, chi crede è consapevole che una dimora, una fraternità, una tavola imbandita non da mani d’uomo lo attende.
La vera differenza tra il credente e il non credente è la speranza.
Il filosofo ateo e marxista Ernst Bloch (1885-1977) lo aveva capito perfettamente quando scrisse il suo libro “Il principio speranza”.
Chi crede confida in una presenza misteriosa e reale, che sino alla fine dei tempi abita il cuore e la mente di chi, con umiltà, abbraccia il mistero del Dio fatto uomo, per amore, solo per amore.
—
don Erminio

