Il Vangelo della Domenica

Riflessione a Cura di Mons. Erminio Villa

 IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI GIOVANNI BATTISTA (A)

20 settembre 2020

 VANGELO Gv 6, 24-35
✠ Lettura del Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo. Quando la folla vide che il Signore Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli,

salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Date vi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».  

  1. La fame del corpo

La moltiplicazione dei pani avvia un discorso di approfondimento del suo significato. Gesù in prima battuta si ritira per sventare il progetto di farlo re. Non era questo il suo obiettivo. I discepoli capiscono quello che vogliono capire: mossi dalla necessità della vita quotidiana: bisogna pur mangiare! In un’epoca in cui i poveri facevano fatica a mettere insieme il pranzo con la cena, questa esigenza era del tutto legittima. E proprio per questo motivo Gesù ha colmato la fame del corpo.

Ma adesso Gesù vorrebbe elevarli a un altro piano, quello della vita vera: la vita di Dio. Questi discepoli però sono refrattari al nuovo profilo introdotto da Gesù. Infatti continuano a dire: «Signore, dacci sempre questo pane». Si ripete l’incomprensione della Samaritana, che aveva detto a Gesù: “dammi sempre di quest’acqua”.

  1. Il pane della vita

Gesù non si arrende davanti all’incomprensione, anzi introduce un tema nuovo: lui stesso è il pane della vita. Questa nuova pretesa diventerà presto il motivo di allontanamento di molti dei presenti, ma intanto possiamo chiederci: non basta il pane ordinario per vivere bene? Possiamo dire subito che il pane quotidiano ci sostenta e alimenta la nostra vita, ma non apre la prospettiva della condivisione fraterna. Ognuno è sempre preoccupato di averne abbastanza.

Il pane di vita, al contrario, fa entrare nel modo di essere di Gesù, per cui chi mangia il ‘suo’ pane diventa servitore dei fratelli, uno che vuole sfamare gli altri con il proprio amore, con la vicinanza, con i propri beni. I due pani corrispondono a due modi di vivere. La stragrande maggioranza delle persone che incontriamo e che si dichiarano cristiane o, comunque credenti, ha la visione di Dio coincidente a quella della gente di Cafarnao: qualcuno potente, capace di sfamare il popolo compiendo miracoli.

‘In fondo non ci interessa che cosa voglia Dio. Ottengo favori da questo potentissimo amico in cambio di qualche promessa o qualche preghiera, che poche volte consiste nel cercare la volontà di Dio; il più delle volte consiste nel convincere Dio ad esaudire la mia volontà. Un Dio che sfama, insomma, un Dio assicuratore a cui mi rivolgo per ‘quadrare la vita’.

Per cosa cerchiamo Gesù, ansiosi di vedere esaudita qualche nostra richiesta?

  1. Il cibo spirituale

Nella vita dei Padri del deserto si racconta che un anacoreta siriano, tutto eccitato, voleva andare in città a vedere un santo che operava miracoli e che, con la sua preghiera, risuscitava i morti. Il monaco siriano, cui si era rivolto, sorridendo gli rispose: “Che strane abitudini avete da queste parti: chiamate “santo” chi piega Dio a fare la propria volontà. Da noi invece, chiamiamo “santo” chi piega la propria volontà a quella di Dio“.

Gesù, amante ferito, replica, disputa, cerca di convertire il nostro cuore e ci porta ad una riflessione: nella nostra vita c’è una fame e una sete insaziabili che motivano tutti i nostri desideri. E’ la ricerca della felicità a cui disperatamente aneliamo. Purtroppo, però, spesse volte decidiamo (o presumiamo?) noi in cosa riporla. E Dio dovrebbe darci una mano.

No, Lui solo può portarci a non avere più fame e sete, perché Lui solo è la salvezza. Non corriamo il rischio di morire di sete a pochi metri da una sorgente d’acqua! Quanti segni deve compiere Dio perché – bontà nostra – finalmente ci convertiamo? L’uomo pretende sempre, chiede a Dio continuamente segni della sua presenza e non sa leggere gli eventi che quotidianamente testimoniano la discreta presenza di Dio nelle nostre realtà.

Accogliamo la sconcertante novità di Gesù che, se risorto in noi, per sempre dimora insieme a noi! Accogliamo il grande segno della sua presenza nell’eucarestia e nella comunità. E smettiamola di mettere Dio continuamente alla prova!

don Erminio

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