IL VANGELO DELLA DOMENICA

Riflessione a Cura di Mons. Erminio Villa

I DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE (A)

25 ottobre 2020

VANGELO Lc 24, 44-49a
✠ Lettura del vangelo secondo Luca

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi:

bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso».

  1. Il discepolo che diventa testimone

Sappiamo la differenza tra il vecchio Simone secondo la carne, prima della Croce, e il nuovo Pietro secondo lo Spirito, dopo Pentecoste: gli era apparso il Signore risorto! Dal giorno di Pasqua ha cominciato a pensare secondo Dio e non più secondo gli uomini. La sua è la storia di un discepolo che diventa testimone. Ma chi è, che cosa fa il testimone? Vedere, ricordare e raccontare sono i verbi che ne precisano l’identità e ne configura l’agire.

Il testimone ha visto, non con occhio distaccato, e si è lasciato coinvolgere dall’accaduto. Perciò ricorda, perché i fatti gli hanno parlato e lui ne ha colto il senso sotto i dati nudi e crudi. Allora racconta, come uno che si è lasciato mettere in questione, e da quel giorno ha cambiato vita. Prende posizione e si compromette; parla non in modo ripetitivo, ma ‘facendo vedere’, anche a chi non ha visto, quel che lui ha visto e udito… Non dimostra un teorema-teoria, ma mostra una storia facendo cogliere la differenza che in essa è stata prodotta dall’evento testimoniato. “Ogni laico deve essere davanti al mondo testimone del Signore Gesù risorto e vivente” (LG 38)

  1. L’oggetto/contenuto della testimonianza cristiana

Non è un sistema di pensiero né un codice di precetti-divieti, ma un messaggio di salvezza: l’oggetto è un soggetto: Gesù, Messia crocifisso e unico Salvatore di tutti. Questo soggetto umano-divino può essere testimoniato solo da cristiani che hanno fatto personalmente l’esperienza della salvezza. Tu puoi testimoniare che Cristo è risorto e vivente, solo se è risorto in te ed è vivo nella tua vita concreta. Quando sperimenti la sua presenza e consolazione, quando Lui ti dà la forza di ricominciare-donare-perdonare, quando ti fa piangere con chi piange e gioire con chi gioisce, allora tu diventi la persona in cui Lui stesso si racconta.

Il verbo della testimonianza va detto al plurale: noi siamo i testimoni. Solo due o tre cristiani risorti con Cristo e riuniti nel suo nome, possono rendere testimonianza alla sua presenza, oggi. Ma ricordando che i primi destinatari del messaggio non sono i ‘nostri’, ma i cosiddetti ‘lontani’. Spetta soprattutto ai laici, annunciare il Vangelo dappertutto.

  1. Come è possibile essere oggi testimoni di un evento accaduto duemila anni fa?

Dire che Cristo è risorto significa dire che Egli è vivo. Ma questo evento continua ad accadere oggi, a condizione che lo lasciamo accedere in noi; se permettiamo a Cristo di risorgere in noi. Se noi risorgiamo da una vita trascinata – fede languida – speranza spenta – condotta incolore/insapore, noi diventiamo i testimoni credibili e convincenti del Signore risorto. Ma se non ci decidiamo ad uscire dai nostri cenacoli, se non sappiamo intercettare le domande di vita e di senso dei poveri più poveri, quali sono i poveri di fede, come possiamo mostrare che il Risorto è con noi ogni giorno e continua ad operare in sinergia con noi per la salvezza del mondo?

La nostra testimonianza è segnata da due paradossi: radicalità e quotidianità. Il credente sa di non poter fare sconti al messaggio che deve proporre, perché il vangelo che comunica non viene dall’uomo e non si può piegare ai gusti del mondo (radicalità). La vera esperienza del fuoco di Cristo ci riunisce nel cenacolo, ma per legarci alle cose, inserirci nella storia, accostarci agli altri (quotidianità). Ciò che fa capire che siamo passati attraverso il fuoco dell’Amore non sarà il nostro modo di parlare di Cristo, ma il modo di parlare come Cristo, con ‘fatti di vangelo’, al mondo.

Il testimone parla e agisce con franchezza e dolcezza. La franchezza nel testimone deriva dalla coscienza di verità del vangelo: se si crede sinceramente che solo nel Signore crocifisso e risorto c’è salvezza, allora come Paolo non si può non dire con coraggio: Io non mi vergogno del vangelo. Si deve sempre essere pronti a rendere ragione della speranza che è in noi, ma questo va fatto con dolcezza. La testimonianza della fede, infatti, è un richiamo, non una pressione, e il vangelo non si impone mai; si propone, e non con la spada, ma con la croce. (don Andrea Santoro)

don Erminio

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