IL VANGELO DELLA DOMENICA

….i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio

Riflessione a Cura di Mons. Erminio Villa

II DOPO IL MARTIRIO (C)

11 settembre 2022

VANGELO Mt 21, 28-32
Lettura del Vangelo secondo Matteo

In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

1. Contro l’ipocrisia

Gesù non le manda a dire. Egli si trova di fronte a certe persone che fanno dell’ipocrisia una professione, per questa ragione li fustiga a dovere.

La parabola dei due figli distrugge l’ipocrisia dei capi religiosi di Israele. Sotto la veste di cortesia [il figlio che dice ‘Si, Signore’] non vivono la sostanza della legge di Dio.

Questi ipocriti si condannano con la propria bocca dicendo che il figlio che aveva detto di no ha, in realtà, fatto la volontà del Padre.

E Gesù li atterra dicendo che i pubblicani e le prostitute li precederanno nel regno di Dio.

La potenza di questa frase di Gesù la si comprende nella sua portata reale, se si considera che, secondo le dottrine rabbiniche, pubblicani e prostitute non sarebbero nemmeno entrati nel regno.

Se volete entrare nel regno, liberatevi dalla vostra ipocrisia e convertitevi è la conclusione.

Come si può vedere, alla fine Gesù non chiude la porta neppure a loro, come a nessun altro.

2. Cristiani a parole o nei fatti?

Siamo tutti così, contradditori e incerti, con due cuori: uno che dice sì e uno che lo contraddice.

Abbiamo due anime: l’apparire e fingere per gli altri, e l’essere veri anche se nessuno vede e sa.

Non si illude Gesù. Sa bene come siamo fatti: non esiste un terzo figlio ideale, in cui senza contraddizioni avvenga l’incontro perfetto tra il dire e il fare.

Primo attore della parabola è il padre, che va’ verso i suoi figli, si fa vicino, li cerca, chiede loro di lavorare in una vigna che non dice «mia», ma sottintende «nostra», che al rifiuto non si scandalizza e non si deprime.

C’è poi un figlio vivo e reattivo, impulsivo, che prima di aderire a suo padre prova il bisogno imperioso, vitale, di fronteggiarlo, di misurarsi con lui, di contraddirlo, che non ha nulla di servile, libero da sudditanze e da paure.

L’altro figlio, che dice e non fa’, è invece un adolescente immaturo, che si accontenta di apparire, cui importa non la verità e la coerenza, ma il giudizio degli altri.

Qualcosa poi accade e viene a disarmare il rifiuto del figlio che ha detto no. Tutto in una parola: ‘si pentì‘, cioè ‘cambiò il modo di vedere’ il padre e il lavoro.

Il padre non è più il padre-padrone cui obbedire o cui ribellarsi, ma colui che progetta il bene della casa, che non ha bisogno di lavoratori, ma di figli.

La vigna è più che fatica e sudore, diventa il luogo dove, nel vino, è racchiusa una profezia di gioia e di festa per tutta la casa.

La differenza decisiva tra i due ragazzi: uno diventa figlio e coinvolto, l’altro rimane un servo esecutore di ordini.

Chi dei due ha fatto la volontà del padre? È il passaggio centrale: ciò che Dio sogna non è l’obbedienza o la fatica, ma far maturare la vigna della storia. Se agisci così fai vivere te stesso, fai viva la tua vita!

E il Vangelo si diffonderà a partire da tutte le piccole vigne nascoste, dove ciascuno si impegnaa rendere meno arida la terra, meno soli gli uomini, meno contraddittorio il cuore.

3. Via ogni giudizio

Nella confusione morale dei nostri tempi, in cui ognuno fa gli affari suoi, sembra che non si ponga il problema del giudizio sugli altri. In realtà, noi giudichiamo moltissimo e siamo giudicati.

Il livello del giudizio verso gli altri raggiunge sovente livelli di spietatezza impressionante.

Oltretutto abbiamo il coraggio di pavoneggiarci poco o tanto del nostro povero amore che, a volte, è un fantasma e non una realtà.

Siamo in una condizione di grave decadenza morale, perché noi mediamente non vogliamo rendere conto delle nostre azionie non ci vogliamo assumere le nostre responsabilità.

Nel contempo, però, chiediamo agli altri di rendere conto fino all’ultimo dei loro comportamenti. Gesù ci direbbe che c’è qualcosa che non va…

don Erminio

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