
Riflessione a Cura di Mons. Erminio Villa
25 gennaio 2026
SACRA FAMIGLIA (A)
VANGELO Lc 2, 22-33
Lettura del Vangelo secondo Luca
In quel tempo. Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio «una coppia di tortore o due giovani colombi», come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui.
- L’accompagnamento della crescita
La liturgia della Parola si apre con un brano sapienziale (Libro del Siracide 7,27-30.32-36), che riprende e motiva l’osservanza del quarto comandamento: onora il padre e la madre.
Tradotto alla lettera: riconosci il peso che il padre e la madre hanno avuto e hanno nella tua vita.
Come ogni realtà umana anche la genitorialità conosce le sue ambiguità, e dunque dovremmo aggiungere, per amor di verità, anche: perdona tuo padre e tua madre per quanto non sono stati all’altezza del loro compito; dà uno sguardo empatico alla loro esistenza.
Il compito di un genitore non è solo generare alla vita biologica e sostenerla in tutte le sue forme naturali e sociali, ma soprattutto di introdurre il figlio nella realtà svelandogliene il senso e dando motivi di vita e di speranza.
Papa Francesco diceva: istruire processi di crescita e promuovere libertà (cfr. Evangelii gaudium).
Questo significa preoccuparsi non tanto di occupare tutti gli spazi della sua giornata, ma di capire come è orientato il suo pensiero, quali sono i suoi timori e i punti di forza su cui fare leva.
La domanda qui è: che cosa e chi in questo momento può aiutarci a sostenere nostro figlio nel suo cammino esistenziale?
Nella società complessa, dove l’infosfera è intasata da messaggi incontrollati e incontrollabili, ben poco può la famiglia, aldilà di un’autentica esemplarità da parte degli adulti.
Ancora, come testimoniare la fede alla prima generazione incredula degli anni ’80, ormai adulta.
Come testimoniare la fede ai giovani abitati da un ospite inquietante: il nischilismo che nega ogni senso ultimo alla vita, ogni verità sull’uomo, proponendo una navigazione a vista, una concentrazione sul presente, un’adolescenza senza fine?
Sfide ardue, che solo con la saggezza di una ragione temperata dalla fede, possiamo affrontare.
- La cura delle relazioni
La seconda lettura (Lettera ai Colossesi 3,12-21), ricorda, seppur con linguaggio arcaico, la circolarità virtuosa nei rapporti familiari, secondo i ruoli di ciascun componente. In evidenza sta il rispetto della dignità di ognuno, da non umiliare anche negli inevitabili momenti di attrito familiare. Tutto questo pone una domanda, che spesso va reiterata nel contesto domestico: che cosa, in questo momento, serve per un reale equilibrio nelle relazioni della mia famiglia?
Penso anche alle famiglie ferite da separazioni e divorzi, a cui va la nostra preghiera e comprensione.
Sono diverse le tipologie di unioni che oggi proliferano e dobbiamo cercare come aiutarle ad amarsi come il Signore ci ha amato.
Anche per noi presbiteri oggi la vicinanza alle famiglie non è semplice, eppure è necessaria.
- L’attesa di un incontro
Come Simeone, nel Vangelo secondo Luca (2,22-33), noi cristiani siamo chiamati ad aiutare le famiglie a riconoscere i doni che Dio fa loro, pur negli inevitabili limiti umani. Come Simeone siamo chiamati a farci prossimo ad ogni famiglia, senza pregiudizi,anche se possono offrire solo due colombe, simbolo della loro indigenza economica.
Come Simeone siamo chiamati a ricordare che un figlio, un padre, una madre, un nonno, alla fine sono tutti figli di Dio e a lui solo appartengono: da lui vengono e a lui ritornano.
Tradizionalmente Simeone è identificato come una persona anziana, anche se il testo lucano non lo dice.
Alla luce di questa figura possiamo dire che il senso della vita è l’attesa di un incontro, quello con Cristo che, persino di fronte alla morte, appare come risolutivo di tutta la nostra esistenza. Forse la vocazione dei nostri anziani, dei nostri nonni è proprio questa: testimoniarci che vale la pena di trascorrere tutta una vita secondo la parola di Gesù, nell’attesa dell’incontro con lui.
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don Erminio

