UNA QUARESIMA IN “QUARANTENA”

a cura di Fulvio Pedretti

Quaresima e quarantena sono iniziate nello stesso giorno…

È stato però un giorno strano, privo del tradizionale segno delle ceneri in molte parti d’Italia per via della sospensione delle celebrazioni disposte dai vescovi.

Quaresima e quarantena quest’anno si rincorrono e ci obbligano a ripensare la nostra fede ai tempi del COVID-19. Non potendo celebrare la messa, incontrarsi o fare qualsiasi attività pastorale, in qualche modo abbiamo l’impressione che manchi il terreno sotto i piedi del nostro cammino di fede. Ma è davvero così?

Ci sono almeno tre elementi che possono aiutarci a vivere la nostra Quaresima “quarantenata” in modo efficace: la preghiera, la prossimità e la vita comunitaria.

La preghiera

La preghiera è una delle espressioni centrali della nostra fede.

“Andare a messa” oggi rappresenta per tanti la “cartina di tornasole” della nostra appartenenza ecclesiale. Ma oggi non possiamo andarci e pare che tutto crolli. Invece il Vangelo quotidiano ci offre una diversa prospettiva, da integrare. In esso Gesù ci presenta una preghiera da vivere nel segreto della propria stanza, del proprio cuore: un faccia a faccia intimo e segreto, come le cose che contano (cfr. Mt 6,6).

Sì, la preghiera personale è una dimensione essenziale del cammino di fede: una relazione che, se vogliamo, precede e sostiene l’adesione comunitaria e l’appartenenza ecclesiale. Relazione che fugge l’ipocrisia dell’essere guardati, perché è occasione straordinaria per lasciarsi intercettare dallo sguardo di Colui che ci ama da morire.

Allora, in questa strana Quaresima può risuonare l’invito di Papa Francesco ad accogliere l’amore del Padre: “Anzitutto voglio dire ad ognuno la prima verità: Dio ti ama. Se l’hai già sentito, non importa, voglio ricordartelo: Dio ti ama. Non dubitarne mai, qualunque cosa ti accada nella vita. In qualunque circostanza, sei infinitamente amato” (Esort. Apost. Christus Vivit, 112).

Nel dialogo silenzioso con la Parola ci accorgeremo di non aver bisogno di maschere, di moltiplicare parole, perché faremo l’esperienza di essere conosciuti nel profondo e ci ricorderemo anche delle profetiche parole di Benedetto XVI quando scrisse: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (DCE 1).

In questo tempo tutti noi potremmo, dunque, riscoprire il senso vero della chiesa: non un’organizzazione educativa, formativa, caritativa, religiosa che coordina momenti di preghiera, attività, corsi, esperienze, gite, ma una comunità di discepoli e di discepole chiamati personalmente dal Signore per stare con Lui e per essere inviati all’incontro con altri.

La prossimità

È proprio l’invio missionario che ci apre alla seconda dimensione della nuova esperienza di sequela offertaci da questa “quarantena”: la prossimità. I discepoli missionari non possono vivere la loro appartenenza a Cristo senza andare. Andare non tanto per andare, ma andare per incontrare altri, per stringere mani, per asciugare lacrime, condividere un sorriso, per donare ciò che di più prezioso abbiamo: noi stessi e il nostro esserci.

E oggi tutto questo diventa inopportuno perché c’è il rischio del contagio. Dietro ogni altro, se ci pensiamo bene, c’è un potenziale sconosciuto, dunque un pericolo. In questi giorni di emergenza è tutto un susseguirsi di raccomandazioni, anche nella stessa parrocchia, di evitare qualsiasi incontro già messo in agenda, perché “non si sa mai”. Certo, non si sa mai…

Fatte salve le necessarie e giuste precauzioni sanitarie, in questo isolamento avvertiamo il bisogno di contatti veri. E mentre sono vietati gli incontri di massa, riscopriamo la possibilità e la gioia di entrare in relazione con qualcuno, uno alla volta. E lo ripeto: uno alla volta!

Noi che contiamo gli amici e i follower sui social network stiamo riscoprendo l’incontro a 4 occhi, il valore delle singole relazioni, degli incontri senza fretta perché tanto “mi si è liberata l’agenda”.

E la chiesa, che appare sempre in affanno nel proporre le sue attività, si ritrova di punto in bianco con il calendario liberato per ritessere relazioni calde, una per volta, poche per volta. Infatti “il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo” (Esort. Apost. Evangelii Gaudium, 88).

La vita comunitaria

In questi giorni senza messa e senza incontri, mentre possiamo riscoprire il valore della preghiera e delle relazioni vissute nell’intimità, dobbiamo ammettere che ci manca la comunità. Abbiamo nostalgia della comunità verso la quale a volte abbiamo qualcosa da ridire, forse perché avvertiamo vero quello che i Padri scrivevano all’inizio dell’avventura cristiana: “unus cristianus, nullus cristianus”, cioè “un cristiano solo è un cristiano che vale nulla”.

Perché il Vangelo si vive insieme ad altri e l’apice della fede cristiana è una “cena” di fratelli e sorelle che fanno memoria del Signore crocifisso e risorto. In questi giorni di isolamento ci manca vedere il volto di chi solitamente scorgiamo seduto sempre a quella panca o della persona che legge o intona i canti, ma anche del prete o della suora con cui riusciamo a scambiare qualche battuta.

E ci manca celebrare la messa, espressione apice della vita di una comunità del Signore. La messa, di cui talvolta abbiamo lamentato lunghezza e noiosità, oggi ci pare di nuovo essenziale. E mai come ora, forse, riusciamo a comprendere la situazione di chi in varie parti del mondo non ha la possibilità di celebrare, né di ritrovarsi per i sacramenti.

Le opportunità per questa Quaresima

Questa quarantena quaresimale non passerà invano: potrà essere un’occasione utile per ritrovare l’essenziale del nostro cammino dietro il Signore Gesù.

Questa situazione ci può aiutare a ritrovare nella preghiera personale e nell’ascolto del Vangelo uno spazio essenziale per la nostra vita, per il nostro cammino.

Noi che mendichiamo sguardi di amore e di riconoscimento potremmo riscoprire il valore del tempo passato a lasciarci guardare dal Padre e ritrovare il gusto di parole sussurrate, più che urlate e moltiplicate. E, forse, quando ci ritroveremo insieme per partecipare alla vita della comunità, tutti noi saremo più consapevoli del perché ci siamo e di che cosa dovremmo fare.

Questo tempo ci può aiutare a ritrovare il gusto degli incontri volto a volto, spesso accantonati nel delirio dei numeri e delle folle da convertire o da raggiungere. L’incontro con un “TU” alla volta, senza fretta, perché le lancette dei nostri orologi avanzano di incontro in incontro. Lo aveva capito don Pino Puglisi, beato martire ucciso dalla mafia, che in canonica conservava un orologio senza lancette proprio per ricordarsi che tutto il tempo era per gli altri, uno alla volta.

Forse in un tempo nel quale tutti siamo impauriti dal contatto con l’altro ci farà bene rileggere alcuni passi della Evangelii Gaudium sulla missione. Pagine nelle quali Papa Francesco parla senza mezzi termini di un vero e proprio contagio (cfr. E.G. 4.88.107) fino a scrivere: “Come vorrei trovare le parole per incoraggiare una stagione evangelizzatrice più fervorosa, gioiosa, generosa, audace, piena d’amore fino in fondo e di vita contagiosa!” (E.G., 261). Sì, i cristiani sono persone “contagiose di Vangelo” perché hanno dentro qualcosa di invisibile, come il lievito nella massa o come il granellino di senape. Realtà piccole e nascoste, da cui però può sgorgare tanta vita.

Infine, mi domando se in un tempo di messe sospese tutti ci possiamo abituare a un’ecologia eucaristica: a meno messe e più messa, che ci porti a evitare di fare i capricci per avere una celebrazione comoda sotto casa per poter ritrovare la gioia di celebrare la misericordia di Dio in un banchetto di fraternità. Banchetto per noi e per tutti, inclusivo verso ogni popolo della terra. Banchetto dal quale si parte per annunciare a tutti l’Amore che ci ha raggiunti e contagiati.

Raccogliendo queste provocazioni credo che questa quarantena quaresimale ci possa rendere più autentici, rafforzati nella fede, più bisognosi di fraternità e umanità. Forse saremo pronti a dare ragione a chi, martoriato dalla guerra o sospeso nei campi profughi turchi, busserà a breve alle nostre porte in cerca di uno sguardo amico.

A cura di Fulvio Pedretti