PARROCCHIA DI RESCALDINA

Giovanni Paolo II “Il papa della speranza”

Riflessione a cura di Fulvio Pedretti

Se n’è andato 15 anni fa, il 2 aprile 2005.

Se n’è andato dopo circa dieci anni di alti e bassi in salute.

Ma rimarrà sempre il Papa degli anni della mia giovinezza.

Lucido, attento, presente!

Ha offerto gli ultimi momenti della sua esistenza

per “consolare” il suo Dio,

per confermare i fratelli nella fede,

per testimoniare il valore della sofferenza,

per dire che vale la pena di vivere,

per dare senso alla fine.

All’udienza generale di questa settimana, rivolgendosi ai polacchi, papa Francesco lo ha ricordato: «L’uomo di oggi scorge i segni di morte divenuti più presenti sull’orizzonte della civiltà. Vive sempre più nella paura, minacciato nel nucleo stesso della sua esistenza. Quando vi sentirete in difficoltà, il vostro pensiero corra allora a Cristo: sappiate che non siete soli. Egli vi accompagna e mai delude. In questi giorni difficili che stiamo vivendo, vi incoraggio ad affidarvi alla Divina Misericordia e all’intercessione di san Giovanni Paolo II».

Le parole di papa Francesco richiamano alla mente due parole chiave del pontificato di Giovanni Paolo II.

Tutti ricordiamo il suo primo messaggio, uno slogan che ha scosso il mondo: “Non abbiate paura”. La stessa paura che ci attanaglia oggi per la pandemia, ma da superare perché “Cristo ha vinto il mondo”.

Aprite le porte a Lui” ha sempre indicato un doppio percorso: le porte del cuore, la scelta di Gesù, la preghiera intima e personale, ma anche le porte del mondo, per abbracciare il mondo con la misericordia per la fratellanza universale.

Lo stare a tu per tu con Dio, per ore, a volte seduto, in ginocchio, o steso a terra è stato il suo segreto. Lo legava a Gesù un rapporto particolare, diretto, mistico che poi traboccava, come un bicchiere ricolmo d’acqua fresca, sulla sua vita attiva. Non solo da Papa, è stato sempre così. Lo aveva imparato in famiglia, da suo padre rimasto vedovo che di notte trovava sveglio a pregare lo Spirito Santo ad alta voce. C’è un ricordo toccante, vivido, dei suoi parrocchiani datato 1948. «Non di rado Wojtyla trascorreva parte della notte in preghiera davanti all’altare, steso a terra con le braccia allargate a croce. La presenza di Cristo nel tabernacolo gli permetteva di avere un rapporto molto personale con lui: non solo di parlare a Cristo, ma proprio di conversare con lui».

La Trinità era diventata la sua vera famiglia. Presto aveva perso tutti i suoi cari e aveva la grande capacità di stabilire e cercare legami affettivi, da clima familiare e personale. Da Papa ha viaggiato a lungo, cercando di portare il Vangelo fino ai confini della terra.

Non ha risparmiato neanche un respiro. Le statistiche ci riportano che Karol Wojtyla ha compiuto 146 viaggi in Italia e 104 all’estero, raggiungendo 259 località italiane e 131 Stati indipendenti. I giorni trascorsi fuori dal Vaticano, senza contare i 164 giorni passati in ospedale, toccano quota 822, pari all’8,5 per cento dell’intero pontificato.

Una corsa per abbracciare il mondo, restando “fermo” dentro di sé alla ricerca di quella stessa famiglia, dal microcosmo al macrocosmo, che aveva trovato. «Non so se la storia – disse Wojtyla a Castel Gandolfo – si ricorderà di questo papa; penso di no. Se lo farà, vorrei fosse ricordato come il papa della famiglia».

Sono innumerevoli le istantanee che ce lo hanno mostrato sciatore sulle cime italiane, ferito dopo l’attentato del 13 maggio 1981, in preghiera ad Assisi con persone di altre fedi religiose, scherzare fino a notte inoltrata con i giovani durante le GMG (Giornate mondiali della gioventù) che aveva “inventato”, entrare dopo duemila anni per la prima volta in una sinagoga. Il Wojtyla teologo ci ha lasciato libri ed encicliche, il pontefice in eredità 51 santi e 1338 beati.

Eppure voleva essere ricordato come il papa della famiglia.

Nel 2001 nella Lettera Apostolica “Novo Millennio Ineunte” ha proposto la “spiritualità di comunione” per tutta la Chiesa. È la spiritualità per il futuro, è un clima di famiglia, fatto di rapporti personali e fraterni, il frutto del Concilio Vaticano II. Modello di comunione non solo intraecclesiale, ma per il mondo, per superare i confini degli Stati, delle religioni, gli steccati ideologici e culturali per abbracciare il mondo intero visto come un’unica famiglia umana.

In un suo straordinario discorso a Casablanca nel 1985, davanti ai giovani musulmani che riempivano lo stadio, incoraggiò i giovani marocchini a far cadere le barriere, ad amare gli altri senza alcuna frontiera di nazione, di razza o di religione. «Allora – concluse – potrà nascere, ne sono convinto, un mondo in cui gli uomini e le donne di fede viva ed efficiente canteranno la gloria di Dio e cercheranno di costruire una società umana secondo la volontà di Dio».

Un mondo più unito, solidale, fraterno, capace di far vivere insieme universi differenti.

Come ha ben ricordato Papa Francesco in questi giorni: «Nel 15esimo anniversario della morte di Wojtyla preghiamo, invitando ad affidare all’intercessione di San Giovanni Paolo II questo periodo che stiamo vivendo con l’emergenza coronavirus».

Benedicimi Santo Papa Giovanni Paolo,

sostieni la nostra fede.

Sorreggici e confortaci nell’impegno

di vivere i tuoi insegnamenti

in modo fedele e coerente.

 

Benedici la Chiesa.

Benedici tutti dal paradiso,

dove il 27 aprile 2015 le schiere degli angeli e dei santi

hanno fatto festa con te per il pubblico riconoscimento

della tua santità.

Amen.

Chi ha incontrato Giovanni Paolo II, chi lo ha “vissuto” non può che testimoniare con quella stessa luce folgorante in mezzo agli occhi che, anche nel dramma più forte, è Cristo che vince e non la paura o la desolazione.

Ricordiamocelo sempre in questa nuova Settimana Santa che ci attende: lui, come ormai sappiamo, ci direbbe semplicemente «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!».

Fulvio Pedretti

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