Il pellegrinaggio del Papa contro la pandemia

Riflessione a cura di Fulvio Pedretti

Il Papa in due luoghi simbolici per la devozione dei romani: Santa Maria Maggiore e San Marcello al Corso.

 

Un vero e proprio pellegrinaggio per chiedere la fine della pandemia del coronavirus.

È il senso del gesto compiuto da Papa Francesco che, a sorpresa, la scorsa domenica pomeriggio 15 marzo ha lasciato il Vaticano per pregare prima nella Basilica di Santa Maria Maggiore, davanti all’immagine di Maria Salus populi romani, di cui è particolarmente devoto e dalla quale si reca prima e dopo tutti i viaggi internazionali e in alcune feste mariane.

E poi nella Chiesa di San Marcello al Corso per venerare il Crocifisso miracoloso che nel Cinquecento salvò Roma dalla peste. Il Papa ha approfittato delle strade deserte di Roma, come del resto in tutta Italia in ottemperanza ai decreti del governo, per percorrere una strada a piedi e raggiungere la seconda tappa del suo breve pellegrinaggio.

Maria Salus populi romani, che Francesco volle venerare per la prima volta il giorno dopo la sua elezione al pontificato, è sempre stata oggetto di grande devozione da parte dei Pontefici. Nel 593 Gregorio I la portò in processione chiedendo la fine della peste. Nel 1837 Gregorio XVI pregò davanti l’icona mariana invocando la fine dell’epidemia di colera.

Anche il Crocifisso miracoloso è molto venerato dai romani. La Chiesa di San Marcello al Corso, che per oltre un millennio non aveva subito danni di particolare entità, nella notte tra il 22 e il 23 maggio 1519 fu improvvisamente distrutta da un violento incendio. Dalla rovina dell’intero edificio sacro si salvarono miracolosamente solo il Crocifisso ligneo, che all’epoca si ergeva sopra l’altare maggiore, e la lampada di vetro che gli ardeva davanti.

Questo evento miracoloso commosse profondamente i romani che iniziarono a pregare davanti a questa immagine. Tre anni dopo, nel 1522, una grave epidemia di peste dilagò in tutta la città. Fu allora che il cardinale titolare di San Marcello, lo spagnolo Raimondo Vich, organizzò una solenne processione penitenziale durata 16 giorni. Il Crocifisso fu portato a spalla per i diversi rioni di Roma e giunse fino alla Basilica di San Pietro. I cronisti dell’epoca sono concordi nell’affermare che dove passava la processione la peste cessava.

Durante il Grande Giubileo del 2000 San Giovanni Paolo II volle pregare proprio davanti al Crocifisso miracoloso nella messa per la giornata del perdono, nella quale fece uno storico mea culpa per i mali commessi dalla Chiesa cattolica nel corso dei secoli. Papa Wojtyla, proprio nel tempo di Quaresima, volle quell’immagine nella Basilica di San Pietro dove la venerò insieme all’allora cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, che cinque anni dopo gli sarebbe succeduto.

“La Chiesa, – disse in quell’occasione il Papa polacco – raccolta spiritualmente attorno al successore di Pietro, implori il perdono divino per le colpe di tutti i credenti. Perdoniamo e chiediamo perdono!”. Si comprende così il valore di quel Crocifisso per i Pontefici di ieri e di oggi.

Francesco si è richiamato proprio ai gesti dei suoi predecessori e dei fedeli romani chiedendo, davanti quell’immagine miracolosa, la fine dell’epidemia del coronavirus. Con la sua preghiera il Santo Padre ha invocato la fine della pandemia che colpisce l’Italia e il mondo, implorato la guarigione per i tanti malati, ricordato le tante vittime di questi giorni, e chiesto che i loro familiari e amici trovino consolazione e conforto. La sua intenzione si è rivolta anche agli operatori sanitari, ai medici, agli infermieri, e a quanti in questi giorni, con il loro infaticabile lavoro, garantiscono il funzionamento della società.

Un gesto denso di significato quello compiuto da Francesco che non vuole che le chiese siano chiuse anche se, in sintonia con quanto stabilito dal decreto governativo dell’11 marzo scorso, la Conferenza Episcopale Italiana ha deciso che fino al prossimo 3 aprile non siano celebrate messe, funerali o altre funzioni alla presenza dei fedeli. Ma gli edifici sacri per il papa devono, comunque, restare aperti per assicurare a chi lo volesse, sempre nel rispetto delle norme anti-contagio, di poter pregare, evitando assembramenti ed assicurando la distanza di sicurezza tra i fedeli.

La Prefettura della Casa Pontificia ha annunciato che tutte le celebrazioni della Settimana Santa presiedute dal Papa si terranno a porte chiuse, senza la presenza dei fedeli, e che fino al 12 aprile 2020, giorno di Pasqua, tutti gli Angelus domenicali e le udienze generali del mercoledì saranno solo in diretta streaming e attraverso i consueti canali di diffusione delle immagini.

Il Papa ha proprio voluto pregare “per i pastori che devono accompagnare il popolo di Dio in questa crisi: che il Signore gli dia la forza e anche la capacità di scegliere i migliori mezzi per aiutare. Le misure drastiche non sempre sono buone, per questo preghiamo: perché lo Spirito Santo conceda ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio. Che il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori e dal conforto della parola di Dio, dei sacramenti e della preghiera”.

Davvero eloquente è stata anche la vicinanza espressa da Papa Francesco al popolo lombardo, maggiormente colpito dal coronavirus. “L’Arcivescovo Mario Delpini – ha affermato Francesco – è vicino alla sua gente e anche vicino a Dio nella preghiera. Mi viene in mente la fotografia della settimana scorsa: lui da solo sul tetto del Duomo a pregare la Madonna. Vorrei ringraziare anche tutti i sacerdoti, la creatività dei sacerdoti. Tante notizie mi arrivano dalla Lombardia su questa creatività. È vero, la Lombardia è stata molto colpita. Sacerdoti che pensano mille modi per essere vicini al popolo, perché il popolo non si senta abbandonato; sacerdoti con lo zelo apostolico, che hanno capito bene che in tempi di pandemia non si deve fare il ‘don Abbondio’. Grazie tante a voi sacerdoti”.

Fulvio Pedretti

 

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