La Storia della nostra Parrocchia

LA CHIESA CENTENARIA

Cari Rescaldinesi,

ho deciso di farvi un regalo per il mio primo centenario: raccontarvi la mia storia perché mi sento parte di voi, siete la mia linfa vitale e la vostra fede ha dato senso alla mia esistenza. In questo viaggio, che attraversa quasi tutto il ventesimo secolo fino a sforare il nuovo millennio, voglio che mi accompagnino idealmente i parroci perché sono loro i miei timonieri, le bussole che hanno indicato la via della fede ai parrocchiani. Sono loro che hanno dato senso e saldezza alle mie mura, ai miei affreschi.

Ecco, allora, il primo parroco a cui mi sento profondamente legata: Don Carlo Pozzi. Lui mi ha concepita nel 1904 quando, il 4 settembre, fu benedetta e murata la prima pietra dal Cardinal Ferrari.

Siamo agli inizi del ‘900. Rescaldina sta radicalmente cambiando, una nuova realtà sociale avanza tumultuosa. I telai soppiantano gli aratri, gli operai subentrano ai contadini.

La popolazione aumenta e la vecchia Chiesa di San Bernardo, che sorgeva dove ora si trova il Municipio, è piccola e non basta più a contenere i fedeli. Don Pozzi capisce e getta con coraggio il cuore oltre l’ostacolo.  Dà inizio ai lavori. Tutto il paesi si mobilita per la costruzione. Di tutto questo fervore Don Pozzi, purtroppo, vede solo le primissime fasi. Muore nel 1906. I parrocchiani gli sono così riconoscenti che mettono una targa marmorea all’ingresso laterale interno. Recita: “Benedetta la memoria del parroco Don Carlo Pozzi, morto il 22 ottobre 1906, che questo tempio ideò, costrusse, condusse quasi al termine. Clero, Municipio posero”.

Gli subentra Don Giovanni Caspani, il parroco a cui devo la mia nascita. I lavori riprendono slancio e vigore. Sono anni di sudori e sacrifici. Gli uomini del paese scavano gratuitamente le fondamenta, nessuna parcella pretende il progettista, i carrettieri si offrono per trasportare sabbia e ghiaia dal greto del Bozzente, i giovani nei giorni festivi trasportano mattoni, ricompensati con qualche bicchiere e toscani. Gli operai e le tessitrici si tassano spontaneamente sui salari, le massaie offrono uova e galline.

Cari Rescaldinesi, dovete essere fieri dei vostri antenati. Ammirate la loro generosità. E’ grazie al loro coraggio, alla loro irripetibile tenacia se ora svetto così alta e solenne tra di voi.

Ricordo ancora il 6 dicembre 1908, il giorno della solenne benedizione. La sera prima si era riusciti a concludere in extremis i lavori di sistemazione del pavimento, di imbiancatura e pulizia. Mattina fredda e uggiosa, ma entusiasmo alle stelle. Si attende l’arrivo di Monsignor Locatelli da Milano. Ma il sacerdote ha perso il treno delle 9, e i parrocchiani trepidano. Don Caspani freme. Per fortuna che c’è la banda di Bollate che da fiato agli strumenti, e batte più forte tamburi e piatti. Alle 11.30, finalmente, il Monsignore arriva trafelato. Vengo benedetta e viene celebrata la prima messa. Sono ormai una Chiesa a pieno servizio!

Passano altri 5 anni, continuano i lavori di sistemazione e, finalmente, il 17 agosto 1913, il Cardinal Ferrari procede solennemente a consacrarmi, dedicandomi ai Santi Bernardo e Giuseppe. Quel giorno le vie del paese sono tutte infiorate, porte e finestre fanno a gara per le migliori decorazioni. Rescaldina è come un grande giardino. Don Caspani scrive sul diario parrocchiale: “Era veramente la nostra Chiesa una sposa addobbata per il giorno delle sue nozze!”.

Questa volta –cosa straordinaria- il cardinale arriva il giorno prima e con largo anticipo, al punto che la sua auto sta ferma per un bel po’ davanti allo stabilimento Bassetti. Ormai cammino sulle mie gambe. Certo, la facciata è ancora da ultimare, e non fa un bell’effetto. Ma ormai la struttura è ben delineata. Così mi descrive Don Costamagna, un sacerdote nativo di Rescaldina e profondo conoscitore della sua storia: “Eretta su progetto dell’ingegner Camillo Crespi-Balbi, la Chiesa nuova riflette evidenti reminiscenze di un romanico che accentua lo slancio verticale e si accosta ai primi esemplari di gotico portati in Italia dalla Francia proprio dai monaci di San Bernardo con quell’architettura cistercense romanico-gotica che ha i suoi capi d’opera nell’Abbazia di Fossanova ed in quella semi distrutta di San Galgano, a Siena. Pur con i limiti di tale eclettismo, la Chiesa si presenta come una chiara e ampia aula scandita in tre navate dalle snelle colonne che non impediscono però l’unità dell’ambiente e la possibilità di partecipazione alle assemblee liturgiche.”

Passano gli anni e, dopo il travaglio della prima guerra mondiale, un rinnovato e generoso impegno della popolazione fa sorgere il campanile, che verrà inaugurato con caloroso entusiasmo il 3 settembre 1922 in occasione della festa patronale, con lo scampanio delle cinque campane provenienti dall’antico campanile. Fino ad allora mi sentivo come orfana. Cos’è una chiesa senza un campanile, che fa da vedetta, faro che indica il cammino, antenna che capta, pennone di una nave, sommità di un monte, matitone segnatempo? Grazie ai suoi 42 metri di altezza, che è il punto più alto del paese, ora svetto libera e felice nei cieli; a giugno le rondini mi girano tutt’intorno a volo radente, i bimbi mi indicano quando parte lo scampanìo, d’inverno mi becco tutto il gelo possibile, e non posso neanche tirarmi su il bavero.

Nel 1928 muore Don Caspani, gli subentra Don Angelo Brasca fino al 1936. A lui devo la realizzazione della facciata che era rimasta spoglia. Mi ricordo ancora il reticolo di impalcature che mi avvolgeva tutta come una ragnatela, e i manovali piccoli come formichine che continuavano a salire e scendere da quell’intreccio di pali.

Il Cardinale Schuster la inaugura nel 1931. Qualche anno più tardi verranno composti i mosaici sulle lunette delle tre porte frontali. Nella lunetta centrale è raffigurato Cristo Re. Il Redentore in trono tiene nella sinistra il Mondo fasciato dalla Croce, e alza la destra per benedire. Nella lunetta  a destra si nota San Bernardo in atto di predicare la Crociata e sullo sfondo le galee cristiane e Gerusalemme. La lunetta a sinistra rappresenta San Francesco nel caratteristico episodio della predica agli uccelli.

Cari Rescaldinesi, da allora esternamente non sono cambiata granché, così mi vedevano e ammiravano i vostri nonni e padri, così sono ora, adagiata tra le vostre case, dentro i vostri cuori.

Ma adesso è tempo che vi parli di un curato che mi è caro: don Bernardo Galli. E’ il sacerdote che, in questi 100 anni, ha di più segnato la mia storia. Con lui mi sono compiutamente realizzata, con lui sono diventata adulta. Quanti compaesani se lo ricordano ancora a camminare avanti e indietro sul sagrato con le mani infilate nella fascia che gli stringeva il lungo abito talare nero? Sembrava burbero e di poche parole, ma quanto partecipava alle gioie e ai dolori dei suoi parrocchiani, quanta generosità e delicatezza nei suoi gesti quotidiani, quanto cuore ma anche quanta concretezza nelle sue azioni. Per 31 anni, dal 1936 fino alla sua morte, avvenuta nel 1967, mi ha circondata di cure e attenzioni.

Nel 1937 viene inaugurata la cappella del Sacro Cuore e nel 1942 l’altare della Madonna del Rosario, con profusione di rivestimenti marmorei che poco a poco si estenderanno a tutte le pareti interne della chiesa. Nel 1944 viene consacrato il monumentale altare maggiore a ciborio.

Sempre nel 1944, l’inesauribile Parroco scrive: “Il vecchio organo è insanabile, sfiatato, sistemare così l’asmatico strumento è impossibile”. E la Provvidenza arriva puntuale per mano degli industriale Felice, Giannino ed Ermete Bassetti. Il nuovo organo realizzato dai Mascioni di Cuvio, viene inaugurato l’anno dopo, a settembre. Conta di 1860 canne, due tastiere e pedaliera su registri. Il collaudatore scrive: “L’organo risponde a tutte le esigenze artistiche desiderabili. L’impasto del Ripieno è gradevolmente nutrito e nessun registro che lo compone eccelle sugli altrui, in tal modo si raggiunge un equilibrio perfetto”.

Ed è così che da quasi 70 anni il principe degli strumenti scandisce con i suoi ricami musicali i canti e le preghiere. Oggi è Giulio Mercati a suonarlo con maestria, assecondato da un coro di alta levatura. Ma come dimenticare  Livia Casati che l’ha suonato per 50 anni filati, fin quando le forze gliel’hanno consentito? Ve la ricordate? Livia non vedeva dall’età di 12 anni, ma comunicava con il cielo in filo diretto. Affondava le sue mani nella successione delle tastiere, sfiorava leggera la grandezza di Dio, e ce la restituiva con la sua voce forte e potente.

Ma non è ancora contento Don Bernardo. C’è un cruccio grosso così che gli prende il cuore quando entra in Chiesa. Le pareti sono spoglie, indecorose, inesorabilmente vuote. Nel 1947 capisce che i tempi sono maturi. La seconda guerra mondiale è finita, c’è una nuova vitalità, fiducia e voglia di fare.

“Nel 1953 -riflette fra sé- si celebrerà l’ottavo centenario della morte di San Bernardo. La parrocchia di Rescaldina è l’unica in tutta la diocesi dedicata a questo Santo. Ebbene, per quella data, la Chiesa sarà tutta decorata e affrescata”. In quest’impresa il parroco si getta anima e cuore. Pensa: “San Bernardo, patrono della Parrocchia, ha voluto uno che portasse questo nome. Proprio io, l’unico curato tra tutti curati di Rescaldina, e ne sono passati tanti in 400 anni dalla nascita della parrocchia, che porta, come un segno del destino, questo nome. Lo onorerò al meglio.”

Siamo nel 1947, mancano sei anni. Ecco cosa scrive Don Bernardo sul Bollettino Parrocchiale: “Bisogna deciderci e mettere mano all’opera il piu’ presto possibile, perchè abbiamo davanti a noi solo 5 anni e non sono tanti in confronto al lavoro e all’onere finanziario”. E piu’ avanti soggiunge. “ Non  passa mese che non capiti a Rescaldina un nuovo pittore che ha sentito parlare nei ritrovi artistici di Milano, di Firenze, di Roma di una Chiesa bella, vasta….la nostra che attende un pennello di valore e viene umilmente  a presentarsi ed a raccomandarsi di non dimenticarlo a tempo opportuno. Io non posso promettere niente, tengo nota del suo consiglio, lo trattengo  se è l’ora a colazione e così approfondisco nella conversazione i miei giudizi e lo licenzio gentilmente, senza impegnarmi. Quando vedo una faccia nuova e con tono speciale ( gli artisti hanno una fisionomia inconfondibile) che si sofferma in piazza a guardare la facciata , poi entra in chiesa ed è là con il naso in aria, dico a me stesso: ci siamo, qui c’è un altro aspirante; vedendomi mi viene incontro, si presenta (  e qualche volta il nome è celebre in arte) ed entra in argomento fino alla partenza della corsa ferroviaria. Insomma la nostra Chiesa è nella mente e nell’aspirazione di molti. A chi affidarla ?”

Alla fine la scelta cade su Antonio Martinotti, classe 1908, pavese d’origine, valido e già affermato autore di opere sacre. Per quattro anni elabora bozzetti, prepara i cartoni, talvolta giganteschi, che vengono riportati ad altezze quasi inaccessibili, dipinge incessantemente centinaia e centinaia di metri quadri su impalcature vertiginose. Il pittore si avvinghia alle pareti, s’intride di esse, si fa funambolo, alpinista, angelo, uccello di Dio. “Le figure sono profuse senza risparmio, – annota Don Costamagna- spesso in funzione corale, sempre ben impiantate e nettamente stagliate, delicatamente espressive. I ritratti  non troppo evidenti, le caratteristiche fisiche poco marcate, l’ondeggiare calmo dei panneggi accentua questo senso corale  e conferisce un ritmo che ricorda la preghiera liturgica. Certo il racconto è evidente, immediatamente percebile: questa pittura è altamente didascalica e meditativa. Qui rivive la ‘Biblia Pauperum’, la Bibbia dei poveri, con il suo antico e nobile fasto”.

Don Bernardo è palesemente soddisfatto di tanto splendore. Il popolo di Dio, da allora, mi guarda con lo sguardo rivolto all’insù. Prega rimirando le schiere di angeli, vergini, monaci, le veste purpuree di Cristo in trono, le ali dei cherubini, l’aureola dei santi, la Madonna che schiaccia il dragone dalle sette teste, il Dio barbuto con il triangolino sopra la testa.

Cari Rescaldinesi,  approfitto di voi e rubo ancora un po’ del vostro tempo per spiegarvi meglio questa preziosa saga pittorica.

L’architettura dell’edificio è divisa in tre navate, delimitate da sette archi, e separate da sei colonne. Nella navata centrale vi sono 14 spazi, 7 a sinistra e 7 a destra. L’opera di Martinotti canta le lodi di Gesu’ e di Maria attraverso i piu’ significativi episodi della loro vita, quali la tradizione antica ci ha sintetizzato nei misteri del Santo Rosario: gaudiosi, dolorosi,gloriosi.

La narrazione pittorica inizia dalla calma ed ispirata scena dell’Annunciazione e, passando per quella della Visitazione con l’affettuoso incontro di Maria ed Elisabetta, arriviamo alla grotta di Betlemme dove Maria sta dolcemente adagiando il piccolo Gesu’ che viene adorato dai pastori, chiamati dagli angeli e dai Re Magi accosi all’invito deella stella che li ha guidati. Poi è Maria che presenta Gesu’ al tempio, tra le braccia del vecchio Simeone, con l’offerta delle due colombe. Poi è Gesu’ che discorre nel  tempio con i venerandi e barbuti dottori, mentre arrivano Maria e Giuseppe alla ricerca ansiosa del figlio.

Quindi troviamo Gesu’ che prega nel cupo orto degli ulivi e l’Angelo che gli offre il calice amaro mentre gli apostoli dormono profondamente. Gli affreschi successivi presentano Gesu’ flagellato alla colonna nel cortile di Pilato ed incoronato di spine, deriso, sputacchiato dai manigoldi; poi la dolorosa ascesa al Calvario con la pesante Croce sulle spalle e l’incontro angoscioso con la Madre e le pie donne.

Si arriva alla morte in Croce in un’atmosfera livida, con la sola presenza di Maria, di Giovanni e della Maddalena. Poi è la gloriosa resurrezione nella luce incerta del mattino, col rovesciar della pietra del sepolcro e lo spavento delle guardie, e l’Ascensione al cielo tra lo stupore attonito dei presenti. Si chiude con la discesa dello Spirito Santo nel cenacolo chiuso, con gli apostoli raccolti intorno a Maria in preghiera e l’Assunzione della Vergine, circondata da Angeli, con il suo sepolcro aperto e ripieno, come vuole l’antica tradizione, di rose e gigli.

Lo sguardo viene poi accompagnato all’abside, nel cui fondale c’è la grandiosa scena del Paradiso. Nel mezzo, in alto, sotto a Dio, circondato dalle varie schiere angeliche, Gesu’ in trono muove incontro ad abbracciare la Madonna e l’incorona. Ai lati di Gesu’ e Maria ci sono i santi Giuseppe e Bernardo, patroni e titolari della Chiesa. Nel campo inferiore i santi piu’ eminenti dell’Antico e del Nuovo Testamento riassumonio le innumerevoli schiere delle anime beate.

Torniamo alle due navate laterali. Lì sono rappresentate le 14 stazioni della via crucis. Ciascuna delle due navate presenta due cappelle. A destra si incontra per prima quella dedicata a San Giuseppe, uno dei due  patroni della Parrocchia. Questa cappella mi è particolarmente cara. Il Santo è raffigurato in mezzo, con a fianco il figlio Gesù, ancora bambino. In altro stanno quattro angeli, in basso è rappresentata la scena più intima, diciamo ‘ piu’ rescaldinese’, di tutto l’edificio. Al centro troneggia la Basilica di San Pietro di Roma, a fianco riprodotte in proporzione reggono a malapena il confronto il Duomo di Milano e quello di Firenze; tra questi colossi, piccina piccina, sto io, la Chiesa di Rescaldina, con a fianco, dall’altra parte, la vecchia Chiesa di Rescalda, ora demolita, che quasi non si vede.

Siamo tutte case di Dio, esigue o smisurate, che in noi ci sia il Papa o l’umile curato di campagna a celebrare  Messa, onoriamo in egual misura la grandezza di Gesù Cristo.

Ma le sorprese non finiscono qui. In basso a sinistra è raffigurato in piedi Pio XII, Papa Pacelli, ai suoi piedi inginocchiati ci sono tre parrocchiani rescaldinesi, i loro volti e i loro cognomi erano conosciuti e il loro ricordo è ancora ben presente tra i paesani che li hanno incontrati. Esprimono la loro umile fede al patrono dei lavoratori, San Giuseppe, gli offrono le fatiche quotidiane, sono un muratore con il filo a piombo, un collaboratore con il libro in mano, un falegname con la pialla. Dall’altra parte troviamo don Bernardo Galli, con inginocchiati due suoi parrocchiani, un fabbro e un contadino, e una donna, che è sua sorella Maria, la perpetua che viveva con lui nella canonica. Questo dipinto è una sintesi perfetta del valore del popolo di Dio, sono i Casati, i Longo, i Branca, i Landonio, l’eredità che non tramonta mai, la fede che passa di testimone in testimone e, intatta, è sempre presente e viva tra di noi, oggi.

La seconda cappella, in fondo a destra, è quella del Sacro Cuore. Gesù occupa tutta la scena a braccia spalancate. Sotto il suo ampio mantello accoglie chi ha fede in lui, gente di ogni razza e ceto, peccatori e umili, ammalati e diseredati, madri e bambini.

Andiamo ora dall’altra parte, a sinistra. Dapprima troviamo il fonte battesimale,sorgente di vita. La prima cappella che, poi, s’incontra è quella dedicata all’altro patrono, San Bernardo, l’abate di Chiaravalle, l’ora et labora che novecento anni fa, con i suoi monaci, divenne un faro di religiosità e civiltà per l’intera Europa. L’ultima cappella, infine, mi è particolarmente cara. E’ quella della Madonna col Rosario, la cui devozione risale sin dagli inizi della fondazione della Parrocchia, avvenuta nel 1570.

Il pittore Martinotti le ha creato un ambiente raccolto e composto che ispira contemplazione e preghiera. Attorno alla nicchia della Vergine c’è tutta una folla di angeli che cantano lodi alla loro Regina e suonano con grazia soave, melodie ispirate. Altri angeli portano fiori , simboli di virtu’. E la Madonna, col rosario in mano, dal fondo luminoso della nicchia, ammantata in vesti rosse e blu, con riflessi dorati, si protende in mezzo a tutta questa gloria di angeli festosi e presenta il suo piccolo Gesu’, che tiene in braccio.

Passiamo ora alle  pareti di fianco all’altare, quelle che i fedeli vedono sempre dalle panche. Raffigurano a sinistra Adamo ed Eva che colgono la mela proibita, sotto lo sguardo di un Dio barbuto e attonito, a destra in basso vediamo la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, e in alto la Beata Vergine Maria che schiaccia il serpente con una schiera di angeli che uccide il drago dalle sette teste.

Credo di avere finito. Anzi, no. Dimenticavo il gran finale. L’affresco più grande, quello che non potete fare a meno di vedere quando uscite da Chiesa. E’ la grandiosa scena del giudizio universale. Cristo giudice siede maestoso in trono, gli angeli con le trombe chiamano le anime a raccolta, e risvegliano i dormienti nei sepolcri, che riprendono la veste del loro corpo. Da un sepolcro esce pure una figura in cui il pittore ha voluto raffigurarsi. Antonio Martinotti ha voluto lasciare così la sua firma alla grandiosa saga pittorica. Le anime beate guidate dalla Madonna si incamminano con gli angeli verso il Paradiso, mentre i demoni si avventano a torturare crudelmente i dannati. “Ciò che l’uomo ha seminato nella vita, ora raccoglie nel giudizio” dice la scritta latina che riassume la terribile scena.

Confesso che un po’ fifa quel dipinto me la mette addosso. Anni fa ho visto bambini adottare lo stratagemma di uscire dal lato sinistro per non passare sotto alla bolgia infernale, evitando scheletri, belzebù e satanassi.

Cari Rescaldinesi,  vi ho fatto conoscere tanto di me, ma non ho ancora finito. Adesso vi parlo un po’ delle campane. Anche qui Don Bernardo ci ha messo lo zampino. Siamo nel 1966. Il parroco annota: “Le cinque campane si dichiarano stanche e sofferenti, e chiedono di andare in pensione in una fonderia per rifarsi, con una nuova fusione, una giovinezza che per loro, non per noi, è  possibile.”

Ma non è finita qui. Prima di andare in fusione le cinque sorelle redigono un testamento, rigorosamente in dialetto, che  si trova custodito nell’archivio parrocchiale. E’ datato 21 novembre 1962. ‘ A furia de sbatagià e da sta su in alt a sbarlugià emm ciapà adoss una moota de maluur’. A furia di di sbattere e di stare in alto a guardarci intorno, abbiamo preso un mucchio di malanni. Poi la diagnosi: ‘S’erum malàa de vegiadura’. Eravamo ammalate di vecchiaia. Infine la speranza del ritorno: ‘Ma turnerem prest sul campanen, a vusàa giò, sarem pusèe grass, bei rutund’. L’atto è firmato dalle cinque sorelle che ‘v dumandan perdon se una quei volta han dovuu sunà da mort’, ma è pure autenticato da un notaio che di nome fa ‘Odranreb Illag’. Avrete compreso: basta voltare al contrario le due parole ed apparirà il nome di Bernardo Galli, il parroco beneamato, nonché autore dello scritto.

Le cinque sorelle di bronzo, risorte a nuova vita,  che pesano in tutto 5.665 chili, vengono issate sul campanile e consacrate il 13 gennaio 1963. Da allora, con squillo esteso, fanno parte di noi e annunciano ogni giorno, immancabilmente, Cristo, il Risorto per eccellenza.   Scusate se mi sono un po’ lasciata andare, ma ho un debole per le campane; quando rintoccano mi corre subito un brivido tra le pareti.

La storia sta finendo. Dopo la morte di Don Bernardo nel 1967, si sono succeduti vari curati. Ognuno di loro ha avuto per me occhi di riguardo. Mi hanno dotato di nuovi conforti, di nuove tecnologie: impianti elettrici e acustici, luci, amplificatori, nuove panche, vetrate artistiche restauri di quadri e statue, riscaldamento, rifacimento del tetto, restauro dell’organo, ripulitura dei dipinti del Martinotti e via dicendo.

Don Franco Monticelli, parroco dal 1968 al 1985,è stato la guida sapiente che ha saputo proporre l’insegnamento del Concilio Vaticano II, facendo capire ai suoi fedeli che nulla della sostanza del messaggio cristiano era cambiato, ma soltanto il modo di presentarlo, i metodi nuovi che necessariamente  e giustamente venivano richiesti dal vivere moderno.

Tramontava così la messa in latino, le donne toglievano poco a poco il velo, cadeva la rigida separazione tra i sessi che vigeva ancora tra le panche. Don Franco ha interpretato con equilibrio questa svolta, grazie ad una forte sensibilità pastorale e sociale.

Nel 1995 gli succede Don Pietro Giola, il parroco buono e gentile, delicato e sensibile, ul curàdu cal pitura, il curato che pittura. Dotato di spiccata sensibilità artistica, aveva messo a frutto questa dote restaurando e riscoprendo quadri, statue, rosoni. Cercava di proporre ai fedeli un approccio inconsueto verso il Bello: così anche un concerto di musica classica all’interno della Chiesa diventava un’occasione di preghiera sublime.

Don Paolo Cortesi arriva a Rescaldina nel 1990 da Milano, dov’era segretario del Cardinal Martini. Per 12 anni sperimenta tenacemente la fatica e la bellezza di fare il parroco.  Convive coi problemi quotidiani, ma tenendo ben stretta quella che è stata la sua unica bussola: abbandonarsi a Dio, contemplarlo e farlo conoscere sempre di più ai fedeli.

Nel 2002 arriva Don Franco Colombo, ha già molti lustri di sacerdozio sulle spalle ,  ma la sua esperienza è breve e lascia dopo tre anni.

Cari Rescaldinesi,  sono una Chiesa centenaria, straboccante di ricordi, sono un filo che si dipana inesauribile nelle vostre storie di uomini e donne. Compio i primi cent’anni e sono contenta per tutto il bene che mi volete.   Vedo il parroco, Don Enrico Vertemati, e il coadiutore, don Carlo Rossini. Sono arrivati in un sol colpo  nel 2006. Sono due pesi massimi, ben radicati in parrocchia, che scherzano volentieri sulla  loro silhouette, dai contorni pieni e marcati. Ma vedo anche le care, amate suore. Ne sono passate a decine in questi cent’anni. Oggi a pieno servizio ci sono la superiora, suor  Angela ,  e poi suor Paola e, soprattutto, Suor Eugenia, dal volto perennemente angelico,che è venuta a Rescaldina per la prima volta nel 1953 e ha inanellato, in periodi diversi, quasi quarant’anni di onorato servizio.

Cari Rescaldinesi, il lungo racconto volge veramente al termine.

A tutti voi, dunque,  dico un grazie a braccia spalancate che vi contenga tutti nel mio cuore

La vostra Chiesa parrocchiale

EG